Sul fondo del Museo Lapidario si apre l’accesso alla parte più antica del complesso micaelico, riconoscibile nelle cripte longobarde che costituiscono l’avancorpo alla grotta superiore.
Gli ambienti delle cosiddette “cripte longobarde” sono tornati alla luce in seguito agli scavi promossi dall’Arcidiacono del Capitolo, mons. Nicola Quitadamo, negli anni 1949‑1955 e costituivano il primitivo nucleo dell’opera dell’uomo attorno alla grotta naturale. Essi furono definitivamente abbandonati nella seconda metà del XIII secolo, quando gli Angioini, con le nuove costruzioni, diedero al Santuario l’attuale assetto “in discesa” per adeguarne l’ingresso al sito poco distante sul quale era sorto il nucleo abitato. Così le precedenti opere furono occultate sotto il nuovo piano di calpestio.
Una delle cripte era munita di due scale, la “diritta” e la “tortuosa”, fatte costruire dai Longobardi nel VII secolo per facilitare il passaggio dei pellegrini. Tale area, che inizialmente costituiva un vero e proprio insediamento naturale, rappresenta la parte inferiore del santuario, lungo un percorso in roccia che conduceva all’altare superiore. Qui sono ancora visibili alcune iscrizioni, parte del prezioso corpus epigrafico che rende il santuario di san Michele un vero e proprio unicum.
Tra di esse si devono ricordare la cosiddetta epigrafe di Pietro e Paolo, databile tra VI e VII secolo, forse relativa alla fase pre-longobarda.
L’iscrizione più antica fra quelle presenti nel complesso monumentale del santuario risale molto probabilmente alla fine del VI secolo e potrebbe riflettere la sua fase prelongobarda o bizantina. Si tratta di un’epigrafe di otto righi incisa, in lettere capitali atipiche, ad altezza d’uomo nella cripta B sul pilastro in corrispondenza della porta esposta a nord, che costituiva uno dei due ingressi del santuario. Il testo è il seguente: + Petrụs et + Paulus ambi apo= stoli CLABICLA= BABA croce co= nfiss[++]raṇt p= ọrtas CV ị[+?]ạ luce= re fecere. Il testo è molto danneggiato e una gran parte di esso non è di facile lettura. L’epigrafe è, molto probabilmente, dedicata a Pietro e Paolo, definiti ambi apostoli, i quali con il loro martirio “avevano testimoniato la fede nella croce”; i due, che nell’iscrizione vengono associati come custodi del regno dei cieli, erano spesso rappresentati su montanti e battenti di porte di chiese e santuari o in prossimità del loro ingresso. È probabile che i committenti l’abbiano fatta incidere proprio in corrispondenza di quello che doveva essere il più antico ingresso del santuario, perché fosse letta dai pellegrini al loro passaggio
In questa sezione del Museo sono visibili i resti dell’imponente opera di monumentalizzazione del santuario garganico, commissionata dai Longobardi di Benevento.
Gli esponenti della dinastia longobarda di Pavia e Benevento, giunti sul Gargano tra VII e VIII secolo, infatti, si resero protagonisti di imponenti opere di ampliamento del santuario garganico. Le epigrafi di apparato incise sulle strutture del santuario, volute e commissionate dai duchi longobardi, celebrano la monumentale opera di ristrutturazione del santuario stesso e tramandano notizia di importanti pellegrinaggi ivi compiuti. Le epigrafi ricordano, infatti, gli imponenti lavori che fecero assumere al santuario una connotazione architettonica molto diversa, in linea con le mutate esigenze dell’epoca: nel periodo longobardo il santuario attirava numerosi pellegrini che resero necessarie strutture più funzionali ad accoglierli.
Un’epigrafe, dedicatoria, presenta il nome di Romualdo I (662-687), il quale, spinto dalla devozione al santo arcangelo, finanziò i monumentali lavori di ampliamento e la ristrutturazione del santuario.
Una seconda epigrafe, incisa sullo stesso capitello, riporta i nomi dei viri honesti della corte di Benevento che contribuirono a finanziare i lavori: la presenza di diversi antroponimi indica che si trattò di un’opera di grande rilievo, cui collaborarono finanziariamente anche coloro che appartenevano all’entourage della corte.
Una terza epigrafe dà prova della rinomata importanza del santuario, divenuto tappa di pellegrinaggi già tra VII e VIII secolo: l’iscrizione, in cui ricorre l’invocazione all’angelo Gabriele, ricorda un pellegrinaggio al santuario effettuato dal duca longobardo Romualdo II (706-731) e dalla sua prima moglie, Gumperga.
Un’altra epigrafe, di tono dedicatorio-celebrativo, riconducibile a Grimoaldo I e a Romualdo I oppure a Pertarito e a Cuniperto, segnala opere di ristrutturazione eseguite all’interno del santuario.
Anche antroponimi di uomini e donne longobarde testimoniano di quanti pellegrini giungessero nel santuario garganico: esponenti illustri della corte, ma anche uomini e donne di bassa condizione sociale che spesso si servivano di lapicidi locali per lasciare impresso il proprio nome. La varietà di antroponimi incisi sulle strutture del santuario e conservatisi fino ai giorni nostri evidenzia come il pellegrinaggio al Gargano, tra VII e VIII secolo – il periodo di maggiore espansione dei Longobardi in Puglia – avesse ormai superato i confini della penisola italica, coinvolgendo terre lontane e giungendo fino al Nord Europa.
1 – Epigrafi di Romualdo I e dei viri honesti della corte di Benevento:
L’iscrizione fa riferimento al duca di Benevento Romualdo I (662-687):
d[e] donis d(e)i et [san]c(t)i a[rcha]n
geli fiere iusse et don[avit]
Romouald dux age[r]e pietate
Gaidemari fecit
Spinto dalla devozione, per ringraziamento a Dio
e al Santo Arcangelo, il duca Romualdo volle che si
realizzasse (la ristrutturazione del santuario) e ne
fornì i mezzi. Gaidemari fece.
Il duca Romualdo I risulta essere il committente e il finanziatore principale della ristrutturazione del santuario. Alla realizzazione dei lavori collaborarono anche alcuni autorevoli sudditi della corte beneventana, come dimostra un’altra epigrafe incisa sullo stesso capitello della precedente, che presenta nomi maschili tipicamente longobardi (Raduni, Teospardu, Gaidemari).
La collocazione di tali epigrafi è molto significativa, dal momento che sono state incise in un punto di passaggio obbligato per i visitatori: destinate ad essere lette da tutti, esse rivelano come la dinastia longobarda di Benevento abbia voluto suggellare il vincolo con il santuario garganico e con l’Arcangelo dandone comunicazione ufficiale anche ai pellegrini.
2 – Epigrafe di Romualdo II e della moglie Gunperga
Un’altra iscrizione si caratterizza per il tono votivo-celebrativo. Incisa sulla cosiddetta scala “diritta”, si trovava sul lato sinistro rispetto a chi scendeva dopo aver visitato la grotta dell’Arcangelo:
Gabriel [a]ng[el]us b[o]s protegad
Rumuualdu dux
Gunperga
[deu]s iudicium tu[um re]gi da e[t] iusti[ti]a tua
[fi]liu regi
L’angelo Gabriele vi protegga, duca Romualdo,
Gunperga. Dio da’ al re il tuo giudizio e al figlio del
re la tua giustizia.
Il testo evoca un pellegrinaggio al santuario compiuto dal duca longobardo Romualdo II (706-731) in compagnia della sua prima moglie Gunperga.
3 – Altra iscrizione della dinastia longobarda:
Un’altra delle iscrizioni riconducibili alla dinastia longobarda così recita:
h(i)c patri eius [r]egni [c]umsor[t]ior
e[re]ctor sic terre[na] su[m]tsit
[c]elestia n[u]m[q]ua[m] relinqui[t]
Ancora dubbia è l’identificazione dei personaggi menzionati nell’epigrafe, che potrebbero essere Grimoaldo I e suo figlio Romualdo I, oppure Pertarito e Cuniperto. Come indica il termine latino erector (“colui che erige”), il testo fa riferimento ad un intervento edilizio all’interno del santuario. Si segnala che dell’epigrafe è stata fornita anche un’interpretazione teologica.