La cosiddetta “galleria longobarda” ospita al proprio interno il Museo Lapidario, all’interno del quale possono identificarsi ambienti con volta a botte, realizzati in pietra locale, che portano il visitatore verso il cuore della montagna. Il nuovo assetto, organizzato nel 2015, si fonda sui più recenti criteri di museologia che permettono al materiale architettonico-decorativo, per quanto lontano dal proprio contesto di origine, di riacquistare un valore di insieme. L’allestimento è stato pensato per offrire al visitatore un numero cospicuo di reperti, evidenziando al tempo stesso quelli di maggiore rilevanza storica e peculiarità artistiche, in modo da predisporre ad una lettura attenta e coinvolgente.
Il Museo custodisce un’importante collezione di sculture, per lo più frammentarie, provenienti in gran parte dallo stesso santuario. Capitelli, pilastrini, transenne di presbiterio, stele funerarie: i frammenti conducono per mano attraverso la lunga e complessa storia del santuario, fatta anche di distruzioni, spoliazioni e ricostruzioni.
La collezione, nel tempo, è stata incrementata con materiali rivenienti da campagne di scavo e restauro o dalla semplice raccolta a scopo conservativo di reperti appartenenti ad altri contesti monumentali, della Città o delle vicinanze, ad esso collegati, come San Giovanni in Tumba, Santa Maria Maggiore, San Pietro e Santa Maria di Pulsano. Tra i reperti, databili dal secolo VII-VIII fino al XV, vanno segnalati il leggio dell’ambone di Acceptus (XI secolo), una fontana lustrale decorata con scene bibliche, antiche e arcaiche raffigurazioni dell’Arcangelo nell’atto di trafiggere il drago (XII secolo); Madonne in pietra scolpita e raffigurazioni di oranti.
Dal Santuario provengono, in particolare, una statua di san Michele del secolo XIV-XV, una Madonna con Bambino del secolo XV, una statua del Redentore variamente datata tra XIV e XV secolo, un architrave con angelo e decorazioni a girali della metà del secolo XI e frammenti di lastra con graffiti dello stesso periodo.
La ricca collezione permette, dunque, di collegare, da un punto di vista topografico ed artistico, i più antichi luoghi di culto della zona e di seguire l’evoluzione dell’arte scultorea nell’area garganica.
Passando attraverso una stretta apertura, si accede ad un altro ambiente di epoca longobarda (le cripte: cfr. infra), diviso centralmente in due parti da tre arcate a tutto sesto. A sinistra si trova l’antico ingresso di epoca pre-longobarda chiamato “porta di Pietro e Paolo”, come riportato dall’iscrizione sul piedritto che ricorda i due Santi. Sono ben visibili due scalinate: quella di destra, detta “tortuosa”, ad andamento curvilineo e quella di sinistra ad andamento rettilineo, le quali permettevano l’accesso alla Grotta e il deflusso dei pellegrini. In alto, su una piccola platea, è visibile un altare a blocco, detto “delle impronte”, sul quale l’Arcangelo, secondo la tradizione, avrebbe lasciato le sue orme. Alla sinistra dell’altare, è stato ritrovato, protetto dalle lastre di pietra, un affresco detto il Custos Ecclesiae attribuibile al secolo XI, oggi esposto nel Museo Devozionale.
I Longobardi erano profondamente legati a san Michele, tanto da eleggere il santuario garganico a santuario nazionale e da finanziarne a più riprese opere di ampliamento e di ristrutturazione. Grazie a quegli interventi il complesso garganico poté essere dotato di strutture di snodo funzionali ad un più agevole passaggio dei pellegrini e di spazi dedicati alla loro accoglienza.
La cosiddetta “galleria longobarda” comprende gli ambienti che costituivano l’antico accesso alla grotta-santuario sulla cui facciata sono incisi numerosi graffiti, tra i quali tre preziose iscrizioni runiche.
La presenza di pellegrini nel santuario tra la fine del VI e la metà del IX secolo è attestata da circa duecento iscrizioni, incise o tracciate a sgraffio sulle sue strutture all’interno della grotta o all’ingresso e all’interno della galleria longobarda. Si tratta di un vero e proprio corpus epigrafico altomedievale di grande valore che presenta semplici antroponimi e una ricca serie di linee, segmenti, nodi, stelle, figure geometriche e diversi simboli, tra i quali prevale il signum crucis. Molti sono i nomi dei pellegrini uomini e donne, clerici, monaci e laici, colti e incolti, provenienti dall’Italia e da altre regioni d’Europa.
Le donne, in buona parte di origine longobarda, sono attestate in percentuale bassa (circa l’8%) rispetto agli uomini e risultano generalmente prive di capacità scrittoria. In quattro graffiti è attestato il termine pelegrinus/peregrinus nell’accezione di viaggiatore per devozione verso luoghi santi: questo dato riveste particolare importanza perché si tratta della prima testimonianza rinvenuta in epoca altomedievale.
Le iscrizioni tracciate a sgraffio o incise sulle strutture murarie interne ed esterne del santuario tramandano, oltre a nomi di origine semitica, greca e latina, almeno 97 nomi di sicura origine germanica: si tratta, per lo più, di antroponimi goti, franchi, sassoni, alemanni e in particolare longobardi come Afridus, Ansipertus, Arechis, Auderada, Cunualdus, Ildirissi, Isitruda, Ludualdo, Maurualdu, Ratemund, Rodigisi, Rumildi, Tato, Varnedruda.
All’ingresso della galleria longobarda, sul lato destro di chi guarda, si possono ammirare le preziose iscrizioni runiche che presentano quattro antroponimi di pellegrini anglosassoni (Hereberehct, Herraed, Wigfus), verosimilmente ecclesiastici, che, tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII secolo, si recarono per devozione nel santuario garganico, lasciandovi il ricordo autografo della loro visita ed evidenziando l’interesse delle popolazioni di stirpe germanica per esso. Le iscrizioni sono tracciate a sgraffio, ad altezza d’uomo.
Accanto a questi nomi va registrato, in caratteri latini, anche quello di un Eadrihd Saxso. Le iscrizioni runiche del santuario garganico e le altre di pellegrini anglosassoni confermano l’internazionalizzazione del pellegrinaggio alla montagna garganica, divenuta, ormai, una tappa lungo la cosiddetta via “Francigena”, che conduceva i fedeli in Terra Santa. Il culto per l’Angelo, infatti, grazie all’esperienza maturata sul Gargano durante i secoli prima del Mille, contribuì a collegare il Mediterraneo bizantino con diverse aree dell’Europa centro-settentrionale e a delineare una coscienza unitaria dell’Europa cristiana.
All’interno del Museo Lapidario sono conservati alcuni elementi marmorei che appartenevano ad un ambone realizzato dal maestro Acceptus nel 1041, come attesta l’iscrizione che compare sul leggio a forma di libro, sorretto da un’aquila ad ali aperte che artiglia con le zampe una testa maschile posta su una semicolonnetta, poggiante su una piccola base.
Il pulpito era composto da una cassa rettangolare, delimitata da lastre marmoree poste su travi scolpite arricchite da iscrizioni; questa era sostenuta da colonnette con capitelli di tipo cubico arricchiti da palmette angolari e lisci caulicoli con calice centrale e elementi vegetali. Si tratta di un’opera particolarmente importante e che getta luce sugli esiti formali della scultura in Puglia prima della metà dell’XI secolo. Con Acceptus e la sua bottega vanno messi in relazione il pulpito della cattedrale di Canosa e i numerosi frammenti di un pulpito, datato al 1039, provenienti dalla chiesa di Santa Maria di Siponto, a suggellare, questo secondo, la stretta relazione tra la sede della diocesi e Monte Sant’Angelo.
I modelli stilistici dei motivi decorativi presenti nel pulpito sono da individuare nel mondo bizantino, probabilmente mutuati da prodotti in avorio come sembra indicare la resa dell’aquila e della testa che sorregge il libro, anche se l’autore del manufatto ha saputo, rielaborandoli, dare origine ad un’opera del tutto nuova che non ha confronti con prodotti estranei alla sua bottega. L’iscrizione incisa sui travi così recita: +ho/c munus parvum confer sibi tu / pie magnum atque polip/…am spandere fac animam// [sc]ulptor et acceptus bulgo/ sic no/men adeptus poscia ut at/…tivi nullo sentiat ictus; sul trave superiore sinistro dovevano comparire le parole ulis alme bonu da collegare a vir tu sul pilastrino angolare. Sul leggio è incisa la data di esecuzione del manufatto: +ani/dni/mls/qua/dra/ges/imo/Iin/dico/VIIII.
Posta fino al 1971 all’esterno dell’Abbazia di Santa Maria di Pulsano, a pochi km da Monte Sant’Angelo, la fontana venne in seguito trasferita nel Museo Lapidario.
Il basamento, ben differenziato dalla vasca per il colore della pietra, è costituito da quattro figure zoomorfe accovacciate, intervallate da colonnine, dotate di preziosi capitelli. Intorno alla vasca si dispongono dieci protomi zoomorfe ed antropomorfe (lepre, montone, felini) e i fori per la fuoriuscita dell’acqua. Nella parte alta, si possono ammirare quattro scene ordinate su doppio registro, inserite in edicole con colonne angolari sostenute da protomi animali, i cui timpani sono affiancati dai simboli degli evangelisti. Si riconoscono Balaam sull’asina, sovrastato dalla Natività; poi San Pietro e San Paolo, sovrastati dalla Crocifissione affiancata sulla destra dalla raffigurazione di Maria; la scena dell’Annuncio a Zaccaria della nascita del Battista, sottostante alla raffigurazione delle Marie al sepolcro; infine, il miracolo di Mosè che fa scaturire acqua dalle rocce, sovrastato dall’Ascensione. La vasca, generalmente identificata come fonte battesimale, probabilmente è opera di artefici operanti a Monte Sant’Angelo nel XII-XIII secolo.
Per forma e iconografia la fontana rappresenta una voce quasi isolata nel panorama del romanico meridionale. Anche la stessa funzione di vasca battesimale, giustificata con la presenza dell’episodio legato alla figura di Mosè, si rivela di debole consistenza. Il colto programma iconografico della fontana individua un duplice percorso: quello neotestamentario, scandito dalle tappe salienti della nascita, morte, resurrezione ed ascensione di Cristo; e quello del messaggio di salvezza, della manifestazione di Dio attraverso l’annuncio della possibilità di rigenerazione, adombrata tanto nella profezia legata a Balaam (“un astro sorgerà da Giacobbe”), quanto nella metafora dell’acqua (Mosè, il Battista e – per estensione – l’atto battesimale) e nella presenza degli Apostoli (Pietro e Paolo) che del messaggio di salvezza sono veicoli fondamentali insieme all’Angelo (Michele). Ciò suggerisce la probabile funzione di vasca lustrale ad uso dei pellegrini.
La superficie del blocco, delimitata da due teorie di palmette, è decorata con pigne, rosette ed altri minuti motivi decorativi che si snodano morbidamente con forte aggetto nell’intreccio formato da tralci vegetali. L’opera è stata variamente interpretata nella sua funzione, talora come fusto di acquasantiera, talaltra come base di cero pasquale: è collegata a scultori abruzzesi del XII secolo. Si tratta di un pezzo estremamente raffinato, per sensibilità plastica e caratteristiche esecutive.