Il Corpus dei Tesori del Culto Micaelico (TECUM) conta tra le sue interessanti attrattive il Museo Devozionale, riallestito nel 2008 in ambienti capienti ed idonei, realizzati appositamente. L’attuale Museo è il risultato dell’organizzazione voluta dai Padri Micheliti per creare un allestimento efficace e facilmente fruibile. Vi si accede da un vestibolo spazioso, cui segue un arioso corridoio, entrambi animati da pannelli con gli ex voto posti lungo le pareti.
Esso raccoglie le testimonianze che nel corso dei secoli pellegrini, sia di rango elevato che di umili origini, hanno lasciato in segno di devozione. Vi convivono due anime: quella storico-artistica, preziosa per il valore intrinseco degli oggetti, e quella antropologica, preziosa per la valenza devozionale e votiva dei doni, legate dal comune denominatore della fede nell’Arcangelo Michele. È un museo che esprime significativamente l’anima religiosa del popolo devoto dell’Arcangelo. Le suppellettili liturgiche, gli argenti, i paramenti costituiscono il nucleo superstite del cospicuo patrimonio di cui imperatori, papi, vescovi e re hanno dotato nei secoli il santuario. Gran parte degli oggetti preziosi, il 29 febbraio del 1799, furono portati via dai Francesi che la tradizione vuole abbiano riempito ventiquattro muli carichi di argento, oro e gioielli. Fino al Settecento, infatti, il Tesoro di San Michele includeva una collezione considerata una delle più importanti del Regno. Nemmeno i Francesi, tuttavia, riuscirono ad azzerare e distruggere questo prezioso patrimonio di testimonianze di una fede che continuamente si vivifica e si rinnova fra le generazioni e si manifesta con il valore del dono tangibile e duraturo. Il Museo custodisce, dunque, tutto ciò che oggi appartiene alla Basilica: un tesoro che riconosce lo stesso valore a paramenti, suppellettili liturgiche, tavolette votive, argenti, ori e oggetti d’uso quotidiano e riconosce la stessa dignità di offerenti ai papi e ai fedeli, agli imperatori e ai loro sudditi.
Il primo impatto del visitatore è con gli ex voto, talvolta anatomici, in lamina d’argento, tavolette votive dipinte con scene di miracoli, ceri, statue dell’Arcangelo di devozione domestica, oggetti d’uso quotidiano, ornamenti preziosi offerti “per grazia ricevuta”. Si possono ammirare anche cuori o parti anatomiche in argento indicanti evidentemente quelle risanate. Commoventi nella loro disarmante semplicità sono i dipinti che immortalano il momento cruciale nel quale si è concretizzato l’intervento risolutivo dell’Arcangelo. Sono tutti opera di pittori ed artigiani per lo più con bottega a Monte Sant’Angelo e nei paesi vicini.
Vi sono piatti (destinati a contenere le pietre sacra da portare in processione), navicelle porta-incenso, brocche, ostensori e croci, tutti finemente cesellati e decorati, alcuni arricchiti da pietre preziose.
Gli argenti custoditi nel Museo sono quasi tutti di provenienza napoletana e databili tra XVII e XIX secolo, mentre più varia è la manifattura dei tessuti liturgici.
Si passa, quindi, ad una ricca seria di suppellettili sacre, di pianete, dalmatiche e piviali finemente e riccamente decorati.
Di essa attestano la provenienza spesso nomi, scudi araldici, simboli. Prestigiosi sono i nomi dei donatori, tra i quali si possono individuare i re di Spagna Filippo III, Carlo II, Ferdinando II. I re di Savoia, per sancire il loro diritto di possesso sulla Basilica, riconosciuta fino al Concordato del 1929 come Palatina, cioè di proprietà del re alla stregua del suo palazzo reale, la impreziosirono di una nutrita serie di piviali e pianete in giallo oro, tutte segnate dallo scudo bianco crociato della dinastia.
Anche papa Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita il 24 maggio del 1987, ha donato una pianeta, un calice e una patena.
Il patrimonio tessile racconta la storia della moda e l’evoluzione delle tecniche di lavorazione della seta durante i secoli nel Meridione e in particolare a Napoli, centro nevralgico di produzione, commercio e scambio culturale.
Tra i pezzi antichi spicca il Reliquiario a croce di cristallo di rocca di manifattura francese o veneziana, il cui primo nucleo risale al XIV secolo.
Un altro settore molto variegato ed interessante è quello delle icone orientali per lo più slave, greche e rumene.
Nel tempo a questi oggetti si sono aggiunte collezioni private di singoli devoti, tra cui la raccolta dei vasi da farmacia, statue micaeliche in campana, abiti del Santo in broccato ricamato d’oro e altri manufatti, tra i quali diversi monili con l’immagine dell’Arcangelo.
Importante testimonianza di un culto nato e fondato sulla roccia garganica sono le statue in alabastro o pietra locale raffiguranti San Michele, che hanno dato vita ad una categoria privilegiata: gli statuari dell’Arcangelo, i cosiddetti Sammecalére, che si tramandavano l’arte di padre in figlio. A loro re Ferdinando I d’Aragona, con l’editto del 1475, conferì il privilegio esclusivo della produzione di statue dell’Arcangelo. I Sammecalére scolpivano anche statue di altri santi e pupi del presepe in pietra e in legno e la loro abilità elevò ad arte questa tradizione rendendo Monte Sant’Angelo uno dei centri pugliesi più noti.
Spiccano, inoltre, le 23 statue di pellegrini in cammino, modellate in cuoio: opera di un artigiano locale, Domenico Palena. Il che rende questo Museo al tempo stesso antico e contemporaneo: una sorta di pinacoteca che va dal Medioevo ai giorni nostri, una galleria di fede e religiosità popolare.
Il patrimonio museale si estende anche a diverse collezioni private di vari settori: per la Numismatica si ammira il nucleo superstite di quanto rinvenuto durante la campagna di scavi alla metà del secolo scorso. Di notevole rilevanza sono gli esemplari della Zecca di Costantinopoli, sia quelli dell’età di Leone VI (886-912), sia quelli posteriori.
Per l’Archeologia sono custodite ceramiche di età preclassica e classica databili tra il VI e il I secolo a.C. oltre a pezzi di telaio, punte di lancia e una piccola statua di bronzo, probabilmente raffigurante Mitra.
Esposti anche vasi, bottiglie, orci e boccali in ceramica. La maggior parte di questi manufatti risale alla seconda metà del Novecento e riproduce forme e decorazioni di epoche passate.
La collezione di ori votivi comprende rari esemplari di arte orafa locale, tramandata di padre in figlio. La tipologia dei gioielli e la tecnica dell’incisione attestano la commistione di influenze bizantine, longobarde e arabe, ma anche la fantasia e l’estro degli artigiani che diedero ai loro manufatti un’impronta originale e raffinata. Tra i pezzi custoditi troviamo la “susta”, tipica collana dell’area garganica, dono nuziale dello sposo; numerosi anelli su cui sono incise figure di santi e sante; le spille, diverse per forme e decori. Vari sono anche gli esemplari di orecchini e gli ornamenti femminili per capelli.
Dal 2015, a impreziosire le pareti esterne della stanza ottagonale che rievoca così la struttura del possente campanile angioino, hanno trovato posto alcuni affreschi che un tempo ricoprivano le pareti della Basilica. Di particolare pregio è l’affresco del Custos Ecclesiae, rinvenuto nelle cripte longobarde. Raffigura un religioso a capo scoperto, con capelli corti, grandi occhi, tunica bianca di cui si intravede il cappuccio ripiegato. Le iscrizioni identificano il personaggio come Leone episcopo e peccatore. Potrebbe trattarsi dell’arcivescovo di Siponto Leone, nativo di Monte Sant’Angelo o del pontefice Leone IX che per tre volte salì in visita al Santuario.
Il pezzo più prezioso di questo Museo è l’icona in rame dorato di San Michele Arcangelo. Rinvenuta agli inizi del 1900 nella Cava delle pietre, luogo per sua natura capace di passare inosservato durante i saccheggi, l’icona è probabilmente un dono votivo. San Michele è ritratto frontalmente con aureola, ha tunica corta con motivi decorativi incisi e ali spiegate. La mano destra è alzata e in origine reggeva, forse, un’asta con la punta rivolta verso il basso; la mano sinistra regge il globo su cui è raffigurata la mano di Dio benedicente alla greca. Il volto tondeggiante ha occhi a mandorla, naso affilato, bocca sottile e lunghi ricci. Sul suppedaneo è incisa l’iscrizione dedicatoria, in cui sono ricordati Roberto e Balduino, due personaggi con nomi di origine franca committenti dell’opera che gli studiosi datano all’XI secolo.
Le tavolette dipinte sono opera di pittori garganici, fra cui uno dei più noti è Salvatore Tomaiuolo, fedele cronista del vissuto quotidiano garganico, che con estrema precisione rappresentava case coloniche, masserie, pozzi, cisterne e piscine, vacche all’abbeverata, cavalli imbizzarriti. Vi sono rappresentati incidenti di caccia, incidenti di carretto, incidenti occorsi ai tagliatori di legna della Foresta Umbra, ma anche malattie, usi antichi come il lamento funebre, cadute in pozzi e cisterne, cadute dalle lunghe e flessibili scale usate per la raccolta delle olive, morsi di cavalli e di cani rabbiosi, furti di bestiame. Storie di vita quotidiana risolte in extremis dall’intervento salvifico dell’Arcangelo.
Di maestranze artigianali garganiche, orafi e argentieri che fino ai primi decenni del Novecento avevano bottega a Monte Sant’Angelo, Manfredonia, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis e producevano splendidi esempi di oreficeria popolare, sono opera anche gli ex voto anatomici d’argento, spesso impreziositi dall’applicazione di paste vitree policrome e di cornici filigranate: cuori, mani, occhi, raffigurazioni di bambini e di neonati avvolti strettamente in fasce; animali, preziosi e insostituibili compagni di vita di contadini e pastori, guariti da malattie e salvati da parti difficili; gioielli, dono di fidanzamento o di nozze offerti a san Michele come pegno di fede e di devozione.
A Monte Sant’Angelo erano attive, fino ai primi decenni del Novecento, numerose botteghe orafe capaci di plasmare nell’oro e nell’argento veri capolavori impreziositi da pietre dure, paste vitree variamente colorate, perline, coralli e cammei. La tipologia dei gioielli e le tecniche dell’incisione, della filigrana e della perlinatura rivelano la stratificazione di influenze greche, bizantine, longobarde, ma anche l’estro e la fantasia di artigiani che seppero dare ai loro manufatti un’impronta del tutto originale.
Di tutta questa fiorente attività artigianale, documentata sia nella Platea che negli scritti di visitatori e viaggiatori, sono rimaste ben poche tracce, sparse in collezioni private. Il nucleo più importante è costituito dal tesoro votivo del Museo Devozionale della Basilica che raccoglie gli ornamenti preziosi offerti all’Arcangelo per grazia ricevuta.
Gli ori venivano apposti direttamente sulla statua dell’Arcangelo, come si evince dalla descrizione della grotta fatta da Palustre de Mantifaut che parla dello scintillio degli ori alla luce dei mille lumini che illuminavano l’altare, uso invalso per tutto l’Ottocento.
Oggi la statua si indora soltanto degli ori più preziosi mentre gli altri – collane, spille, anelli, bracciali, ornamenti da testa, rosari e crocette – sono esposti nel Museo Devozionale a perenne memoria di un uso antico che ha attraversato indenne tanti secoli di culto.
Il culto micaelico è strettamente correlato alla pietra della grotta e alle sue valenze apotropaiche e salutifere. Frammenti di pietra estratti dalla grotta e statue raffiguranti l’Arcangelo sono sempre stati oggetti privilegiati del culto, sia domestico che pubblico, tanto che nel 1475 Ferdinando di Aragona confermò agli statuari di Monte Sant’Angelo, i cosiddetti Sammecalère, il privilegio di poter essere gli unici, in tutto il Regno di Napoli, a realizzare immagini dell’Arcangelo, pena una multa di cento once d’oro.
Durante la peste del 1656, il clero garganico chiese soccorso all’Arcangelo, il quale non deluse i suoi devoti e, apparendo in sogno all’arcivescovo Puccinelli, suggerì di utilizzare le pietre della grotta incise con la sua effigie o, semplicemente, con le sue iniziali come presidio contro la peste. Richieste di piccoli frammenti di pietra o di statue raffiguranti l’Arcangelo giunsero ai canonici della Basilica da ogni parte del Regno, da Napoli alla Sicilia e l’arte dei Sammecalère conobbe una straordinaria fioritura. Il prodotto divenne talmente commerciale che si fabbricarono esemplari di ogni dimensione, perfino smontabili per turisti e viaggiatori, da riporre in apposite cassettine e trasportare senza alcun rischio. Pietre incise e statue vennero collocate anche sugli architravi delle case, nelle nicchie dei muri, nelle cisterne, nelle edicole a sacralizzare l’intero territorio. I singoli artigiani si rifacevano al modello ufficiale della statua oggetto di culto collocata nella grotta, ma apportavano anche numerose varianti che costituivano una sorta di firma d’autore.
Con il passare del tempo, le pietre e le statue di san Michele, utilizzate con finalità devozionale e apotropaica pubblica, divennero oggetto di culto privato. Secondo arcaici rituali di fondazione, piccole pietre venivano inserite nella struttura muraria delle case in costruzione, una piccola pietra incisa veniva messa al collo dei neonati nell’abitino, oppure come pendaglio di collanine per i bambini più grandi. Le statue di san Michele finirono col connotare anche lo spazio sacro della casa, poste sotto campana di vetro e collocate nella camera da letto.
Momenti salienti della potenza taumaturgica dell’Arcangelo sono la distribuzione dell’acqua del ‘pozzillo’ e quella delle pietre della grotta di san Michele, pestilitatis depulsor. La devozione popolare, infatti, da tempi antichissimi ha tributato un potere miracoloso all’acqua che, infiltrandosi nella roccia, si raccoglieva in un anfratto interno della chiesa-grotta e “si dispensa ai peregrini devoti dopo cibati del Corpo di Cristo et anche agli infermi” (1678). Già nel Seicento erano presenti due secchielli d’argento per distribuire l’acqua e due secoli più tardi in a little silver buckett la riceve il pellegrino inglese Richard Keppel Craven (1821).
Il culto delle pietre è invece legato alla quarta apparizione dell’Arcangelo all’arcivescovo Puccinelli; l’intervento miracoloso intendeva rassicurare le genti del Gargano circa la protezione tributata contro la feroce epidemia di peste del 1656. In ringraziamento per lo scampato pericolo, fu istituita una solenne processione, da tenersi la sedicesima domenica dopo Pentecoste, durante la quale le sacre pietre venivano portate entro piatti e alzate d’argento e distribuite ai fedeli secondo il volere di san Michele: ubi saxa devote reponuntur, ibi pestes de hominibus dipelluntur.
Il più antico fra i calici del tesoro è una preziosa testimonianza dei doni offerti da Ferdinando I d’Aragona, in risarcimento delle suppellettili e della statua d’argento dell’Arcangelo prelevate nel 1461, come riferito da Pontano che fu testimone oculare dell’episodio. Lo stemma presente sul piede ed il punzone a lettere gotiche, utilizzato dall’Arte degli Orefici napoletani fra il 1465 ed il 1505, portano gli anni di regno di Ferrante I (1458-1494).
Il calice risponde a pieno ai caratteri formali elaborati dai mastri partenopei nel Quattrocento, per la base mistilinea ed il nodo ad elementi cruciformi, mentre coppa e sottocoppa sono state adattate da un calice più tardo. Inoltre, rispetto ad analoghi vasi sacri conservati presso i tesori di basiliche e cattedrali pugliesi, che spesso hanno piede e fusto in lega metallica, questo è d’argento massiccio, con bella doratura a fuoco ed accurato lavoro di cesello, caratteri congrui ad un dono regale.
Frutto della devozione del campano Biagio Zappulli, il bel calice in argento parzialmente dorato è un’elegante versione di una tipologia prodotta nell’Ottocento dagli argentieri napoletani. Il fusto è costituito da una scultura dell’Arcangelo, che indossa la lorica e brandisce la spada con la mano destra. La fattura accurata del lavoro conferma l’abilità di Domenico Capozzi, argentiere di Ferdinando II di Borbone, autore di una statua di Sant’Agostino nel 1863 per il tesoro di San Gennaro e del San Riccardo, patrono di Andria. In base ai punzoni rilevati il calice è databile fra il 1839 ed il 1850.
Si tratta di un calice in argento dorato a vermeil, realizzato da un argentiere spagnolo e donato da Filippo III al cardinal Domenico Ginnasio, nunzio apostolico in Spagna alla fine del ‘500 e titolare della diocesi di Siponto.
Una dettagliata iscrizione incisa sul piede informa che il calice fu offerto da Filippo III di Spagna nel 1605, per il tramite di don Alvaro Carvaial, mentre fonti locali precisano che destinatario del dono fu il cardinale Domenico Ginnasio, nunzio apostolico, ‘compadre’ dell’erede al trono spagnolo e titolare della diocesi di Siponto. Eseguito dall’orafo iberico Antonio Migel, il calice è di tipo papale: mostra un alto coperchio con croce apicale sulla coppa. La struttura è animata da vigorose modanature, mentre il sottocoppa presenta delicate teste di cherubino. Le dimensioni imponenti e l’aspetto solenne visualizzano il prestigio delle relazioni intercorrenti fra il sovrano di Spagna e la Santa Sede, di cui era tramite il cardinal Ginnasio.
Il calice, donato dal clero della diocesi di Pamplona a papa Leone XIII nel 1887, è un raffinato esemplare di gusto neogotico, realizzato in una bottega spagnola. Sul piede compaiono Allegorie di Fede, Speranza e Carità, in omaggio al pontefice. Mentre sulla sottocoppa sono incisi i nomi degli Evangelisti, testimoni diretti della passione e morte di Cristo, di cui il calice del sangue rinnova il sacrificio durante la celebrazione eucaristica.
Nel Museo si conserva un piccolo bicchiere in argento, opera di un argentiere di cultura napoletana, databile fra il 1824 e il 1832, per la presenza del primo bollo di garanzia entrato in vigore dopo la restaurazione dei Borbone di Napoli, ed un secchiello, di manifattura napoletana, identificabile probabilmente con quello visto da Keppel Craven nel 1821: «… un’acqua molto limpida e fresca è distribuita ai visitatori con un secchiello d’argento».
Nel Museo, inoltre, si conserva un ricco patrimonio tessile, notevole per valore e varietà di materiali, consistente in una raccolta di pregiate “pianete”: vesta sacra ampia, definita da uno spazio circolare per la testa, indossata dal sacerdote. Il dono di paramenti alla basilica di Monte Sant’Angelo fu sollecitato, tra gli altri, dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, vescovo della diocesi di Siponto e poi papa con il nome di Benedetto XIII (1649-1730).
Vi sono esemplari provenienti soprattutto da manifatture dell’Italia meridionale – napoletane – ma anche veneziane, spagnole e francesi, per la maggior parte seicentesche e settecentesche. I materiali sono vari e preziosi: damasco, seta, raso, taffetas, broccato, velluto, laminati in oro o ricamati, arricchiti da galloni in oro filato o in seta.
Fra i molti paramenti donati alla basilica, questa pianeta ricorda un personaggio centrale nella storia del santuario. Infatti Marcello Cavaglieri, vicario generale del cardinale Francesco Maria Orsini, arcivescovo di Siponto e poi papa con il nome di Benedetto XIII, scrisse il Pellegrino al Gargano prima di ricevere la nomina a vescovo di Gravina di Puglia nel 1690. La pianeta è confezionata con un tessuto più antico, un taffetas avorio laminato in argento con trame lanciate, databile agli ultimi decenni del Cinquecento e forse di produzione spagnola. Sul verso della pianeta sono applicati un’immagine ricamata di san Michele e lo stemma vescovile di Cavaglieri, che fu apposto, successivamente agli anni del vicariato sipontino, su un manufatto evidentemente riutilizzato.
Un posto d’onore è riservato all’icona in rame dorato raffigurante l’Arcangelo, esposta nello spazio centrale del Museo. Si tratta di uno dei pezzi più famosi nella storia del santuario, divenuto quasi un simbolo del complesso di Monte Sant’Angelo. Fu invenuta agli inizi del 1900 nel recesso della grotta noto come “cava delle pietre”, una delle mete predilette dai pellegrini che vi si avvicendavano anche distesi per venerare l’Arcangelo.
Si tratta di una delle più significative e misteriose immagini di Michele, variamente datata. Allo stato attuale si preferisce ascriverla alla metà dell’XI secolo e considerarla dono dei Normanni al santuario garganico. San Michele vi è rappresentato stante, su un suppedaneo iscritto, in posizione frontale e ad ali spiegate, con aureola e vestito di una tunica corta. Nella mano destra regge un’asta, oggi quasi del tutto scomparsa, nella sinistra regge un globo su cui è raffigurata la mano di Dio benedicente alla greca, tra le lettere IC e XC, compendio cristologico (Jesoús Christós) di evidente matrice bizantina.
Sul suppedaneo è incisa l’iscrizione dedicatoria, in cui sono ricordati Roberto e Balduino, due personaggi con nomi di origine franca committenti dell’opera che gli studiosi datano all’XI secolo. Tale importante manufatto risente di esperienze artistiche longobarde e bizantine, e presenta caratteri nuovi rispetto alla tradizione iconografica micaelica.
Di particolare rilievo è l’oreficeria garganica. A Monte Sant’Angelo vi erano botteghe orafe capaci di plasmare nell’oro e nell’argento veri capolavori, impreziositi da pietre dure, paste vitree variamente colorate, perle, coralli e cammei. La tipologia dei gioielli e la tecnica dell’incisione e dello sbalzo rivelano la stratificazione di influenze greche, bizantine, longobarde, arabe; ma anche la fantasia e l’estro di artigiani locali che seppero dare ai loro manufatti un’impronta del tutto originale e spesso estremamente raffinata.
La collana tipica dell’area garganica era la susta, dono nuziale dello sposo, formata da tre placche auree, quella centrale più grande con figure di santi e le laterali con motivi floreali legate ad una fettuccia di velluto o ad un filo d’oro. Piccoli pendenti con funzione terapeutica o apotropaica come crocette, cornetti, simboli solari, stelle a cinque punte, chiavi, rospi, mani, cuori ornavano il giro interno delle suste doppie o formavano il mazzetto magico delle più semplici collane. Gli anelli erano spesso ornati di figure di santi e sante, nodi d’amore, cuori, iscrizioni allusive alla fede d’amore scambiata al momento del matrimonio.
Le spille presentano una grande varietà di forme e di decori, dal simbolismo non sempre palese. La materia del gioiello denotava lo stato civile della donna; le ragazze usavano ornamenti più semplici, d’argento, mentre le donne sposate d’oro e con una decorazione più complessa. Analogamente, l’argento era usato quotidianamente, mentre l’oro in occasioni festive o cerimoniali. Gli oggetti di oreficeria avevano un rilevante valore affettivo e simbolico; per questo acquista un significato particolare il fatto che esemplari tra i più preziosi e raffinati dell’oreficeria garganica si trovino tra gli ex-voto del santuario di San Michele.
Le pietre della grotta venivano portate indosso, con funzione apotropaica, inseriti in piccoli cuori di stoffa bianca rifiniti con un gallone dorato e decorati con l’applicazione di un fiorellino colorato, detti coretti, in quanto raffigurazione miniaturizzata del cuore generoso dell’Arcangelo. Confezionati in casa, artigianalmente, dalle donne, i coretti venivano venduti a migliaia nelle stesse botteghe nelle quali si vendevano crocette e pietre di san Michele.
Analoga funzione aveva l’abitino o uangelii, sacchetto di stoffa bianca, rifinito con gallone dorato e ricamato in filo d’oro a motivi floreali o fogliari, con applicazioni di piccoli lustrini, recante al centro un’immagine della Madonna col Bambino, che si apponeva alle fasce dei neonati per preservarli dal malocchio. All’interno venivano posti, oltre alla pietra di san Michele, alcuni chicchi di grano, simbolo di abbondanza, una mandorla a coppia, augurio di felicità futura, la figurina del santo cui i genitori erano devoti, frammenti di stola o dell’abito di qualche Madonna miracolosa, un fiore giallo del bastone di san Giuseppe.